martedì, 24 Novembre
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TRIBUTO ALL’ARTE / Giove e Io.

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L’attimo più erotico della pittuta italiana colto da Correggio Giove e Io è un dipinto a olio su tela (163,5×74 cm) di Correggio, databile al 1532-1533 circa e conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Correggio visse prevalentemente nella Pianura padana, in una cittadina che contava nemmeno 15 mila abitanti (Parma), e non vantava né un re né un papa e nemmeno una piccola corte, è sempre rimasto escluso dal canone del Cinquecento che allinea Leonardo, Raffaello, Michelangelo e Tiziano.

Doveva molto a tutti e quattro, ma non gli fu inferiore. Fa parte di una serie realizzata per il duca di Mantova Federico II Gonzaga avente per tema gli amori di Giove. Non ci sono prove documentarie che accertano che il committente fosse Federico II Gonzaga, duca di Mantova.

E l’ipotesi più verosimile, comunque, perché Federico, appassionato di donne, di cavalli e di armi, aveva commissionato al Correggio altre opere di analogo soggetto, che intendeva regalare all’imperatore Carlo V. La fonte letteraria erano le Metamorfosi di Ovidio, per secoli la Bibbia amorosa dell’Occidente. L’episodio di Giove e Io: il dio concupisce la solita fanciulla ritrosa, che gli sfugge nascondendosi nei boschi.

Poi nasconde la terra in una nebbia scura e approfittando del buio, la possiede. Correggio però ha un colpo di genio. Scardina il testo con un procedimento retorico, proprio della letteratura, più che dell’arte: la metonimia. L’effetto viene espresso dalla causa: la nuvola non è più il mezzo di cui si serve il dio per possedere la donna, ma il dio stesso. Nel suo quadro, Giove è una nuvola.

Dipingere le nuvole (e la nebbia), è come dipingere l’aria, o la luce. Per un pittore, è la sfida tecnicamente più stimolante. Cosa sono, infatti, le nuvole? Né natura né corpo. Si possono forse toccare? Correggio accetta la sfida e la vince: dipinge una vera nuvola, evanescente, eppure di una consistenza quasi materica. PIumbea, minacciosa, gonfia di pioggia, incombe su un paesaggio autunnale, un bosco di querce su cui cala l’oscurità.

Ma fa di più: la umanizza, le dà un volto, sfumato, fantasmatico, appena visibile, che emerge dalla nuvola stessa per baciare Io; le dà perfino un braccio. Non si potrebbe definire altrimenti la zampa. grigio-azzurra fatta d’ombra e di nebbia che attira a sé la donna. Il secondo colpo di genio è la scelta dell’istante. Un quadro infatti può cogliere una frazione sola, del tempo di una storia. Correggio sceglie l’attimo del bacio. La donna non è la solita vittima fuggiasca: partecipa attivamente. Io, magnificamente nuda, è seduta su un bianco lenzuolo di seta, a sua volta posato su una roccia soffice ‘di muschio, sul limitare di uno specchio d’acqua (in basso a destra si riconoscono la testa di un cervo e una simbolica anfora). Girata di spalle, ci offre la schiena stupenda, le natiche, le gambe, le braccia. La sua carne perlacea è dipinta con tale perizia da sembrare vera. Ma i suoi muscoli sono in tensione. La schiena s’inarca, come sotto il peso di un altro corpo. il piede s’impunta, la mano sinistra preme la zampa-nuvola contro di sé; la gamba destra si divarica per accoglierlo, la testa si rovescia all’indietro, le labbra si schiudono, come emettendo un gemito. Il capolavoro in questione e’ uno dei rari esempi nell arte antica di erotismo al femminile

 

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