sabato, 26 Settembre
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TRIBUTO ALL’ARTE / La Solitudine interiore libera la creatività.

di Monica Ferri

Chi ha detto che la solitudine e’ tristezza e malinconia. Nella solitudine riscopiriamo noi stessi, la nostra creativita’in tutta liberta’.

Gli artisti  conoscono bene la solitudine e hanno il coraggio di viverla per raccontarla. Spesso è fonte d’ispirazione necessaria per evolversi e creare, a volte è così alienante da volerla sfuggire, per essere „come gli altri“.

Nel suo intimo, l’artista, riscopre la sua umanità. Si ritrova a dover scegliere come affrontarla. La odia e la sfugge fino alla psicosi ed alla morte. Oppure la osserva e la racconta distaccato. O la trasforma nel luogo necessario al suo genio creativo. Ecco perché l’arte deve essere vissuta come un’esperienza interiore, nella propria solitudine.

Attraverso la solitudine l’artista arriva all’ essenza umana. E la racconta nelle opere.

Campo di grano, Vincent Van Gogh 1890

Van Gogh ne è l’esempio eclatante. Vive la solitudine come una malattia che lo porta all’isolamento forzato fino alla pazzia. Non vuole esser solo, vuole omologarsi al genere umano. Per contrastarla scrive infinite lettere al fratello Theo. Poco prima di morire, ultimata l’opera più rappresentativa di questo sua lotta – “Campo di grano“ –  in una lettera al fratello, scrive:

„Sono immense distese di grano sotto cieli nuvolosi e non mi sento assolutamente imbarazzato nel tentare d’esprimere tristezza ed estrema solitudine“.

 

Stanza a New York, Edward Hopper 1932

Una solitudine violenta che contrasta con quella elegante e moderna  e’ quella di Edward Hopper. Pittore dell’America dei primi del Novecento.

La sua solitudine è silenzio, è un attimo freddo. Come un bel vestito indossato da un manichino in una vetrina vuota. Illuminata da luci al neon, sofisticate. Soggetta all’incapacità di comunicare dell’uomo.

I suoi soggetti sono soli anche in rapporto con l’osservatore, non raccontano, volgono il loro sguardo verso qualcosa che allo spettatore non è concesso vedere.

Sottolinea questa solitudine moderna ed artificiosa. Una condizione non condivisibile, vissuta con l’inquietudine del trovarsi estranei al mondo.

A volte , però, l’esser soli  diventa un viaggio necessario all’artista. Un condizione naturale e ricercata. L’isolamento è il momento per ricercare in sé  il genio e creare l’opera d’arte.

Michelangelo Buonarroti / Daniele da Volterra (Daniele Ricciarelli)

Michelangelo Buonarroti, il genio della Cappella Sistina, fu un uomo solo per sua scelta e fece della solitudine una qualità del suo destino.

“Nessuno è più solo di chi è stufo della propria compagnia.”- Michelangelo

Per lui fu una compagna di vita necessaria, il suo confine tra l’uomo e l‘artista. Il luogo in cui  si riveste della sua vera natura ed amore per le forme, le osserva, le studia così da crearne opere perfette. Le dà vita, scolpisce vene e muscoli anche quando dipinge. Senza compromessi e falsi pudori. Accetta la sua natura e la vive, nel suo luogo, come realmente vorrebbe poterla vivere nel suo tempo.  Il suo esser irrequieto , insoddisfatto, incapace di sottostare agli ordini altrui, lì trova pace.

Una solitudine che genera vita e bellezza. In silenzio con se stesso durante la creazione della Cappella Sistina, si racconta, che di notte lo si poteva  sentire parlare tra sé e sé, a voce alta, mentre analizzava il suo lavoro e decideva come procedervi. Per Michelangelo, la solitudine era un veicolo verso il divino e solo così poteva trovare lo spunto per rappresentarlo. In essa trovava la dinamicità atta a creare la forza dei suoi personaggi.

La condizione di „uomo solo“ per l’artista era la realtà, vedere e sentire il vero. Avvicinarsi al divino. Umilmente conoscersi, nonostante il suo continuo bisogno d’affetto che placava guardando l’immensa bellezza delle sue opere da lui generate. Era critico verso il suo lavoro, ma capace di migliorarsi attraverso una sua analisi interiore concependo se stesso come un altro essere pensante. Col suo stesso genio e la stessa capacità, da cui non preservarsi, tanto meno proteggersi, ma confrontarsi e completarsi artisticamente. La sua solitudine, che genera la vera bellezza dell’arte, è la chiave di lettura necessaria ad interpretare la crisi di valori del Rinascimento.

La solitudine rimane la più misteriosa e studiata „patologia“ di tutti i tempi. C’è chi la sfugge fino ad annullarsi. Chi la vive come una malattia che intrappola in se stessi per proteggersi dal mondo, oppure come una condizione sociale dell’evoluzione moderna, fredda ed inconsapevole. O come un posto felice, superiore, libero dove trovare la propria vera dimensione atta a liberare il genio e lasciarlo creare.

 

Amar noi stessi per apprezzare gli altri ed amarli per scelta. Una forma di maturità emozionale. Accettare ciò che siamo, conoscerci, disegnarci nel quadro del mondo per completarlo con  la nostra unicità.

 

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